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"Il mondo si divide in tre categorie di persone: un piccolissimo numero che fanno produrre gli avvenimenti; un gruppo un po' più importante che veglia alla loro esecuzione e assiste al loro compimento, e infine una vasta maggioranza che giammai saprà ciò che in realtà è accaduto".

martedì 9 giugno 2020

EDGAR ALLAN POE


Rimasto orfano a soli due anni, venne raccolto da un ricco mercante di Richmond, John Allan. Gli anni dal 1815 al 1820 li passò in Gran Bretagna, frequentando diversi istituti di istruzione. Di lì passò alla Virginia Università, dove condusse una vita disordinata, tanto da venire ad una rottura col padre. Seguì, a Boston il primo tentativo poetico con la stampa, a spese dell’autore, di Tamerlane and Other Poems (1827; Tamerlano e altre poesie). Il volumetto non ebbe successo e Poe si arruolò allora nell’esercito. Si sottrasse tuttavia al contratto obbligatorio quinquennale in capo a soli due anni quando, in seguito ad un ravvicinamento col padre, questi pagò un sostituto il quale ultimasse la ferma. Un secondo tentativo letterario - la pubblicazione di Al Araaf, Tamerlano and Minorpoems (1829; Al Araaf, Tamerlano e poesie minori) – non sortì miglior successo del primo. L’autore si era intanto stabilito a Baltimora, presso la zia materna Maria Clem, madre di quella Virginia che, nel 1836, all’età di 14 anni, divenne la moglie bambina del platonico cugino. A quel tempo Poe era già dedito all’alcool e, forse, all’uso di oppiacei. Con il 1832, tuttavia, le porte della fama parvero schiudersi: quell’anno il Philadelphia Satur Daj Courier pubblicava infatti, anonimi cinque suoi racconti, e l’anno seguente il Baltimore Satur Daj Visiter gli assegnava un premio per il Manuscript Found in a Bottle (manoscritto in una bottiglia). Incominciò allora la fortunosa, più che fortunata, carriera giornalistica dello scrittore, il quale, pur riuscendo a decuplicare la tiratura dei periodici presso i quali veniva assunto, finiva sempre per rompere i rapporti con i rispettivi proprietari. Nel 1838 è la pubblicazione della più lunga opera narrativa di Poe: The Narrative of Artur Gordon Pjm (avventure di Gordon Pjm) e del 1840 quella dei Tales of the Grottesque and Arabesque (racconti arabeschi). Cessati nel 1840, per i soliti motivi, i rapporti con il Gentleman Magazin , Poe ripiombò nella miseria finchè – passato da Filadelfia a New York, dove continuò a vivere di espedienti, nel gennaio del 1845 The Evening Mirror gli pubblicava The Raven (il Corvo). La famosa lirica ottenne un successo addirittura clamoroso. Nuovi eccessi alcolici e difficoltà finanziarie vennero tuttavia a determinare una nuova parabola discendente, che toccò il punto più basso nel 1847 con la morte di Virginia, cui seguì un così vorticoso carosello di “passioni bianche” che si direbbe esse andassero di pari passo con il disgregamento della personalità del poeta. Al carosello degli “amori” fa riscontro il carosello dei luoghi: conferenze da un capo all’altro del paese con successi e rovesi memorabili, seconda le condizioni di sobrietà o di ebbrezza dell’oratore. Il cerchio si chiude: la data con il matrimonio con Elmira Royster, vedova Shelton, risorta dalle nebbie del passato, ormai fissata al 17/10/1849; il pomeriggio del ottobre, a Baltimora, Poe fu trovato in condizioni pietose davanti la porta di una taverna; ricoverato d’urgenza in un ospedale, vi moriva il 7 ottobre dopo un lungo delirio interrotto da brevi momenti di lucidità. Incominciava da quel momento la ridda delle congetture e delle diatribe. La fortuna europea e particolarmente francese, delle opere di Poe, non trova riscontro nella critica americana e inglese, assai più severa nell’indicare, soprattutto nei versi, quegli elementi che Aldous Huxley non ha esitato a definire volgari. Sta di fatto che uomini come Baudelaire (che prima lo tradusse e lo introdusse in Francia) si lasciò affascinare dalla immagine di un Poe “poete maudit” avanti lettera. Quanto la definizione di “poete maudit” gli si attagli è discutibile. Rara lucidità di intelletto, spirito analitico, rigoroso e al tempo stesso sottile, precisione quasi matematica, presiedono in vero all’opera sua assai più che non facciano le qualità di intuizione o di fantasia. Il dono che consentiva a Poe di dare espressione letteraria agli spunti narrativi che gli venivano dalla mente, era soprattutto quello che egli stesso definì “fantasia analitica”: il processo mentale, cioè, grazie al quale gli riusciva di percorrere a ritroso il cammino sotterraneo compiuto da una sensazione o da una immagine, così da ricostruire l’edificio dalle fondamenta, arricchendolo al tempo stesso – attraverso un processo più razionale che fantastico – di particolari quanto mai attendibili e minuti. I suoi paesaggi sono innaturalmente fissi, vitrei, come in un incubo: la monotonia martellante dei suoi ritmi è ossessiva. La sua personalità letteraria è costituita da una fantasia allucinata e immobile, da capacità raziocinanti da altissimo grado, e da una costante gravitazione dell’opera intorno all’io dell’autore.


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